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Paese

Dati Generali
Il paese di Milis
Milis è un Comune della provincia di Oristano. È situato a 70 metri sul livello del mare, al limite settentrionale del Campidano. Conta 1698 abitanti. Dista 18 km da Oristano. Milis è famoso nell´isola per i suoi agrumeti, gli unici in Sardegna che furono impiantati dai camaldolesi nel XIII secolo. Il paese appare nei documenti antichi citato anche come Migil, Miilis.
Il territorio di Milis
Altitudine: 27/178 m
Superficie: 18,71 Kmq
Popolazione: 1670
Maschi: 793 - Femmine: 877
Numero di famiglie: 532
Densità di abitanti: 89,26 per Kmq
Farmacia: piazza Marconi, 1 - tel. 0783 51265
Guardia medica: via F. Vacca, 3 - tel. 0783 51257
Carabinieri: via Don Sturzo, 1 - tel. 0783 51222
Polizia municipale: piazza Marconi, 4 - tel. 0783 51666

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Storia

MILIS, paese della Sardegna celebre per i suoi folti boschi di aranci e cedri. Contienesi nel distretto di Tramatza della provincia di Busachi, e fu seggio del curatore del Campidano del suo nome, uno de’ dipartimenti del regno di Arborea. Presentemente è capoluogo di uno de’ mandamenti della prefettura di Oristano, ed estende la sua giurisdizione sopra le terre di San-Vero, Bau-ladu, Tramatza, Sèneghe e Narbolìa.

La sua situazione geografica è nella latitudine 40° 3' 30", e nella longitudine occidentale dal merid. di Cagliari 0° 28'.

Clima. Giace al piè meridionale della gran massa de’ monti Menomeni, che ora sono detti Lussurgiesi dal paese di Santu-Lussurgiu in sulla cima del medesimo, per i quali è protetto dal vento boreale e dal maestrale, che dove sono liberi molto nuocciono alla vegetazione, bruciando, come dice il sardo, i frutti e ne’ giorni della generazione disadornando la pianta de’ molti fiori de’ quali si abbella. Il sole che nello stesso cuor dell’inverno quivi fa tepide le aure, spiega ne’ segni estivi la sua potenza. Il freddo non è sentito che nelle limpide notti, quando soffia dal settentrione; e le nevi cadono alcuna volta, ma il tepor del suolo presto le distrugge. Le pioggie sono anzi frequenti fuorchè ne’ tempi più caldi, e i nembi estivi ed autunnali che si raccogliono sulle prossime montagne, quando il loro seno scoppia per la pienezza, cagionano tali guasti, che molti ne restano dolenti. Per la prossimità del rivolo che inaffia la sua Vega, e per la poca distanza del fiumicello che scorre al suo levante contro Bauladu l’aria deve sentirsi umida in certi giorni ed ore; e per i miasmi che raccogliono i venti libecciali e australi che passando spazzano e volgono e ammucchiano in questa regione gli effluvii delle paludette del piano arborese, e per le stesse esalazioni, che emettono le pinguissime sue terre nella decomposizione de’ corpi organici vegetali ed animali, i forestieri la sentono in alcuni tempi un po’ insalubre. L’umido cresce talvolta anche per le nebbie che vi si distendono, e che non sono sempre innocue alla vegetazione.

Territorio. Non è di molta estensione, ed ha le più sue parti nella pianura: donde accade che non abbiasi selva ghiandifera, manchi il bosco ceduo e non vi abitino altri selvatici che volpi e lepri, e tra i volatili le pernici, i merli, le cornacchie e la infinita generazione de’ passeri detestatissimi da’ coloni per le molte spighe che sgranano scendendo sopra le medesime in grandissimi sciami, senza molto badare a’ guardiani, e lasciarsi atterrire dai clamori e dallo strepito.

Sono cinque le fonti notevoli, quella che dicono Funtana-manna, quindi Corbetta e Barigadu, e poi le acque de’ Cadeddus, le quali nella loro perennità servono agli usi comuni delle famiglie, e a irrigare i giardini e gli orti.

Del fiume che traversa questo territorio e nutre la sua vegetazione abbiam parlato nell’articolo Lussurgiu (Santu). Esso nella regione bonarcadese, cui dicono Anglona, cresce co’ tributi del Suttaidda, e divallatosi in questo territorio scorre presso l’abitato, cui lascia a sua dritta, e passa sotto due ponti assai vicini e d’antica architettura.

Popolazione. Erano in Milis (anno 1839) famiglie 370, e anime 1450, delle quali 740 nel sesso maschile e 710 nel femminile. Il movimento del preceduto decennio rappresentavasi dalle annue medie, nascite 60, morti 30, matrim. 12.

Nel censimento del 1798 la popolazione di questa terra componeasi di fuochi 195, maschi 295, donne

343. In quello del 1678 erano notate famiglie 163. L’ordinario corso della vita agli anni 60, le malattie più frequenti i laterali e le perniciose.

I milesi sono gente di buon tempo, e come i popoli de’ climi caldi e luoghi più fruttuosi amano oziare. Sai bene le solite conseguenze dell’ozio, perchè non debba sviluppar un punto così delicato.

Professioni. Questi paesani sono in gran parte applicati all’agricoltura, 200 sopra i cereali e 150 sopra i giardini. Nella pastorizia si numerano uomini 50, ne’ mestieri 25, nello smercio de’ frutti 150. I telai (tutti ancora di antica forma) non saranno meno di 300; ma il prodotto in tessuti di lana e di lino è quanto vuole il bisogno delle famiglie.

Gli ufficiali nell’amministrazione della giustizia sono 3, nella cura sanitaria 2, nelle cose della religione 3, in altri affari civili e comunali 6.

Istruzione primaria. Si è finora fatta male e per pochi; ma quindi in poi le cose si volgeranno a meglio per le cure del Governo, che con efficaci provvedimenti si è rivolto all’ordinamento delle scuole elementari.

Agricoltura. L’arte agraria de’ milesi è di molto inferiore a quello che sia ne’ paesi limitrofi, e tutta restringesi a saper maneggiare quell’aratrino leggerissimo con cui rivolgono la crosta del suolo quasi graffiando la superficie piuttosto che solcandola, a gittare la semenza, alle operazioni della raccolta, e per i più sperimentati all’innesto delle piante. Dopo questo poco nient’altro.

La forza generativa del suolo è in molte parti maravigliosa; però in tanta parte occupato da’ giardini, che sia residuo un piccolo spazio a’ cereali, grano, orzo, granone, fave, legumi. Le vidazzoni attuali non hanno forse complessivamente un’area maggiore di starelli 1600. Si potrebbe ampliare al doppio, e più ancora, se si volesse lavorare.

Non dannarli se non sanno squarciare più profondamente la terra. La esperienza ha dimostrata la bontà di questo metodo nell’argilla cui essi devono fidare i semi. L’aratro pesante e profondo è stato adoperato, e portò il pentimento. Se accada che dopo la seminatura soffi un vento freddo, si forma una crosta così forte, che non lascia uscire all’aria i germogli.

Seminagione. Le quantità solite sono, starelli di grano 250, d’orzo 50, di granone 20, di lino 25. La moltiplicazione de’ semi è al 20 per il grano, al 15 per l’orzo, al 14 per i legumi, al 18 per le fave, al 400 per il granone. Di lino se ne ottengono cantare 30.

Orticultura. In molti giardini sono delle ajuole per le piante ortensi. Il lusso della vegetazione è quanto ne’ luoghi più fecondi.

Vigne. Le prossime regioni sono celebri per le viti, e la milese non ha minor idoneità a quella specie; tuttavolta non piacciono i lavori necessari per la cultura e per la vendemmia, e non si hanno però che poche viti per mangiarne il frutto, e la sola vigna del marchese Boyl.

Vega. Così chiamano i sardi una valle irrigata, coltivata e di grande ubertà, che i più dicono tuerre.

Nella sponda del predetto fiume, ad una varia latitudine per uno spazio di circa tre miglia, sono i celebri giardini di Milis, che tutti i viaggiatori amano di vedere, e vedono con molto diletto e maraviglia. Ora, io potrei, disse un dottissimo viaggiatore, descrivere gli orti delle Esperidi, comechè la descrizione non avesse a pareggiare questa realtà. Nell’anno 1829 il Re Carlo Alberto, allora Principe di Carignano, li visitava; e nel-l’anno 1841 vedeali il Principe Reale del regno.

Le specie del genere cedro coltivate in Milis sono le seguenti: Nella specie citrus medica vi è il cedro volgare che i sardi dicono cidru, il mostruoso che appellano spompia, il limonifoglio che dicono cidru piticcu, e poi altre specie che indistintamente significano col nome specifico di cedrau. Nella specie citrus limonum vi è il volgare, limoni-naturali, il nitido limoni-fini, il dolce limoni-dulci, il periforme perottu, il cedrato limoni de santu Gironi, il cedro di paradiso lima, il bergamio bergamotta. Nella specie citrus bigaradia vi è il volgare arangiu agru, il chinese chinottu. Nel cedro arancio vi è il volgare arangiu, portugali, arangiu de croju grussu, il chinese arangiu de croju suttili, il sanguigno arangiu sanguignu. È preferito agli altri quello che i milesi dicono arangiu de pisu, perchè da alberi provenuti per seme.

La quantità degli alberi produttivi in quella estensione di miglia 3 o di metri 5550 in circa, contro la larghezza media di metri 420, si può computare prossimamente al vero di individui 300 mila poco più, senza porre in calcolo le piante giovanissime che sono affollate in piccoli spazi, che poi si sterpano e si danno al commercio.

La produzione fa stupire i forestieri, massime quando or qua or là frequentemente vengono sotto certi alberi che hanno maturato tanti frutti da poter ciascuno singolarmente caricare un carro, o empire una cerda, come dicono i milesi un gran sacco di stuoja di canna (cadinu), che ne cape non meno di 4000.

A concepire il totale delle arancie, de’ limoni e altri cedri delle suindicate specie, se vogliamo stabilire in numero medio che ciascuna pianta produca e maturi 200 frutti, ne vedrem risultare un totale di 60 milioni, quantità di molto superiore a quella che notò il Valery in anni di gran fecondità, che la pose a 10 milioni, non ostante che avesse esagerato il numero delle piante sino a 500 mila, e avesse confessato la copia del prodotto. Secondo i suoi dati il medio prodotto di ciascun albero non sarebbe stato di più di 20 cedri, numero che frequentissimamente trovasi a grappolo in una fronda grande quanto il cubito.

È una voluttà deliziosa nel tempo della fioritura sentire il balsamo onde è imbevuta l’atmosfera per un gran cerchio, e che nello spirare de’ venticelli spandesi nelle rispettive linee a più miglia. In una considerevole distanza aspira il viaggiatore quell’aure di paradiso, e aspirandole si affretta a dilettarsi con più vive e varie sensazioni. Stupisce entrando in quel bosco folto in vedere così giganti quelle piante, che avea veduto nascer ne’ vasi, e difese nelle serre dal freddo invernale. Tra le maggiori notano tutti quella che sorge sull’altre nel giardino Boyl, e che per la sua superior grandezza dicono i milesi su rei deis arangius (il re degli aranci). Carlo Alberto quando visitava la Vega ne ammirava il gran corpo, ma non la potea abbracciare. Or in essa leggonsi scolpite le seguenti parole in dialetto sardo meridionale: Carlus Albertus Rei nostru hat visitau custa vega su 18 de maiu dessu 1829. Se il forestiero pativa sotto il sole per tutta la via, la sua molestia cessa come si avanzi sotto quel coperchio di fronde, e sente una fresca ombra ricreatrice, che non in tutti i luoghi è rotta da piccoli e tremoli soli; tanto è l’intrecciamento de’ rami e la spessezza delle foglie. Non v’ha più grata vista, che vedere tra la brillante verdura delle frondi degli aranci e de’ cedri, i frutti in quella moltiplice varietà di colori di cui vanno tingendosi nelle loro varie fasi, dal verde cupo al color perfetto de’ limoni e de’ cedri nelle loro rispettive varietà, gli ultimi frutti piccoli come nocciole, e verdi come le foglie di color carico, quei dell’immediata stagione in volume gradualmente maggiore, alcuni che acquistando il giallo, altri che van perdendo tutto il verde, altri che hanno il colore della maturità; veder i medesimi riuniti in bei grappoli, e qua il ramo ancora teso in tutto suo vigore, là piegantesi per stanchezza, e dove, sostenuto da un palo, senza il quale cederebbe sotto l’enorme peso; veder tra’ frutti così vario-colorati e il verde fogliame i fiori olezzanti che in gran copia biancheggiano quali chiusi, quali schiudentisi, quali aperti, e quali tra alcune rare foglie mostranti in piccol grano l’embrione del pomo; veder il suolo tutto biancheggiante delle fogliuzze odorose come se vi si fosse disteso un tappeto di pura neve, e sul candore di questa sparsi a migliaja i frutti di varia età, specie, grandezza e colore, che abortirono o per malattia, o per la violenza con cui il vento abbia agitato i rami, e già infracidiscono nella corruzione.

Qualità de’ frutti. La regione milese stimasi la più idonea a questi fruttiferi; ma chi conosca le altre veghe dell’isola, quella di Flumini-majori, quella di Nuxis, e le altre, che sono molte, della contrada Sulcitana, la Forada del Sarrabus, le tuerre dell’Ogliastra, e la Iscla di Orosei e altri siti consimili, dove si ripetono le stesse condizioni di clima, non può consentirle cotesto privilegio, perchè in quelle terre vegetano queste specie non meno prospere che in Milis; abbondano i pomi in non minore copia, e questi, dove la cura del colono coopera alla natura sono, con pace de’ milesi, di una maggior bontà. Il lettore deve tenere che il proprietario non fa su’ giardini milesi alcuna spesa di cultura; nè altro il fittavolo che raccogliere a suo tempo i frutti. Quella terra è intatta dalla zappa, e non è stata bagnata da alcuna stilla di sudore. La natura fa tutto da sè, e da lei tutto domanda il milese senza darsi alcuna pena di far in modo che quando temesi una notte di gelo il freddo non possa nuocere nè a cime, nè a frutti. Nella vega di Fiume-maggiore si empiono almeno d’acqua i bacinetti dei pedali.

È pure un’altra cosa a notare ne’ cedreti milesi, il troppo accalcamento delle piante che formano un impedimento alle ventilazioni serene tanto necessarie alla sanità delle piante, ed alla insolazione del suolo che ne riceverebbe aumento di forza.

La vega di Milis è divisa in gran numero di parti, che appartengono a diversi signori. Il giardino Zilìdas, di proprietà del marchese Boyl, è il più vasto, e conterrà non meno di 6500 alberi. Il Principe Reale di Sardegna nella visita del regno che nel 1841 fece in compagnia del padre vedea le delizie di quest’orto.

Il Fara scrivendo nella sua corografia del Campidano Milis notò già grandissima la selva degli aranci e de’ cedri; e parve significare alcune specie come indigene, e nascenti spontaneamente. Se in quel tempo la regione milese era alberata di tante specie di cedri così come ne’ nostri, si può stimare che lo fosse da molti secoli. Chi vuole attribuire agli aragonesi l’introduzione di questa cultura non bada che al tempo del Fara non era che un secolo che l’Arborea giaceva sotto il governo straniero; e non si ricorda che in quel governo scioperato e avaro non si attendeva a far prosperare nessun ramo di industria.

Commercio. Da’ giardini di Milis si dirama quasi in tutte le parti dell’isola dal febbrajo al settembre il prodotto dei medesimi. Il trasporto si fa o sul dorso de’ cavalli entro bisaccie, o coi carri entro quelle stuoje che dicono cadinus, secondo che passano in luoghi piani o aspri. Quando se ne trasporta in gran quantità, allora i milesi piantano bottega in un angolo della piazza del mercato, disponendo in fila quei loro grandi sacchi di cadinus, e vendono agli avventori a un prezzo che varia secondo la qualità della merce, e la stagione. I termini sono tra i centesimi 15 e 75 per dozzina. Nella primavera, alla Pasqua di Risurrezione se ne fa uno smercio prodigioso, e poi continua nella estate principalmente sopra i limoni. Quando la vendita sul posto è calmata, allora vanno alcuni con la bisaccia gridando per le contrade: «arancie di Milis e limoni» accadendo però spesso che sotto quel titolo vendano i frutti dello stesso paese, che comprano da’ proprietari, e il popolo stima migliori perchè venduti da un milese.

Il totale della esportazione dei milesi si può computare per media di dozzine 3,400,000, o pomi 40,800,000, delle quali anderanno sottratte dozzine 700,000 per vitto e infracidimento, vendute 2,700,000 in prezzo totale di lire nuove 270,000, per il fitto di lire 90,000.

Vedesi che il residuo per i fittajuoli e venditori è di lire 180,000, donde conviene dedurre le spese di guardia, di raccolta, di trasporto a carro o a cavallo, e di vitto durante tutto il tempo della lunga vendita, e si può calcolale quanto delle lire 1,200, che toccano in una comune a ciascuno de’ fittajuoli e venditori debba restare, fatte quelle deduzioni. Quanto guadagnerebbero più se vendessero i frutti a’ rigattieri, e non istessero a fare i pecchioni in quelle capanne, o a fare i vagabondi.

I milesi somministrano le piantine per i giardini, che si vanno formando di giorno in giorno, dove il clima sia propizio; e vendono legname di cedro, che gli ebanisti adoperano a più gentili lavori, principalmente in Sassari. Ricevono per il primo articolo lire 300, per il secondo 2000.

Un’altra merce pe’ milesi sono i cadinus, manifattura unica alla quale se non lusingava la gran copia delle canne che adornano le sponde del canale del fiume, costringea la necessità di un canestro per i frutti da trasportarsi su’ carri. Essi schiacciano le canne, le aprono, le stendono, e poi le intessono così, come si intessono le foglie della palma, e formano le grandi stuoie, is cadinus, le quali vendono o non usate, o dopo di averle fatte servire per contenere i pomi. Queste stuoje raccolte in cartoccio o in cilindro, e poste diritte in un angolo servono a contenere il frumento della provvista in molte case de’ villaggi, estraendosene per la macina quanto basti per una infornata; dal qual uso sono dette orrius, dal latino horreum, e in alcuni paesi luscias. I muratori con sommo compendio di fatica le adoprano per le volte false, fanno buon lavoro, perchè esse tengono bene l’intonaco e son leggiere. Si può calcolare che se ne fabbrichino all’anno da quattro in cinque mila, e che possano avere da quelle che vendono lire nuove 2500. Forse un altro migliajo acquistasi dalle canne che vendonsi per incannucciare i tetti delle case e delle loggie domestiche, e per sostegni nelle vigne.

Potrebbero i milesi ottenere un considerevole lucro dai fiori dell’arancio, che calpestano villanamente, e lasciano marcire in terra dopo aver inutilmente dissipato i loro profumi, se li distillassero così come usano fare i provenzali e i siciliani, e poi mettessero in commercio quell’acqua tanto pregiata che ne risulta. Invano fu loro predicato le mille volte, e non si sarebbe mai tentata una siffatta industria se nell’anno 1837 il marchese Boyl non istabiliva un’officina. Questa avrebbe dato buoni prodotti se il capo distillatore, chiamatovi da Nizza, non fosse morto per la solita ragione che muore la maggior parte de’ forestieri, per la poca temperanza e nessuna cura della salute. Per varie cause cadeva ne’ suoi principii questa fabbrica.

Pastorizia. Gli animali che si educano da’ milesi sono nel bestiame domito, buoi 900, cavalli 100, majali 60, giumenti 250: nel bestiame rude vacche 200, pecore 2000. I pascoli sono ne’ salti aperti di Mura-Cabonis, che appartiene alla mitra d’Oristano, di S. Simeone spettante al priorato di Bonarcado, e in Murdegu per cui il comune paga un canone enfiteutico al convento di S. Chiara in Oristano.

Apicultura. In nessuna altra parte è per le api una regione più favorevole; qui sarebbero difese da’ grandi freddi, qui avrebbero un pascolo immenso in tanta copia de’ fiori del cedro, e di tutte le altre piante ed erbe che rendono amene le sponde del fiume: tutta-volta non si può lodare alcuno studio per le arnie, e in pochi luoghi si può vederne alcuni, che non si guardano che nel tempo che si tagliano i favi, e si vuol chiamare in una casa particolare la novella generazione.

Religione. Questo popolo è sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Oristano, e curato nelle cose dello spirito da vicario con due coadiutori.

La chiesa parrocchiale ha per titolare il martire s. Sebastiano, e pare sia un tempio votivo per aver ottenuta nella intercessione del Santo la cessazione dal flagello della pestilenza, come è certo sopra un gran numero di cappelle denominate dallo stesso Santo. Per la mancanza delle memorie devon giacere nella oscurità i più bei fatti della religione de’ popoli.

Le chiese minori sono quattro, una nel paese, di antica struttura, è dedicata a s. Paolo, che fu dipendente dal monistero di Bonarcado, l’altra di s. Vittoria, le altre due in campagna, s. Giorgio a piccol tratto, e la Vergine del Buon Cammino a mezzo miglio. I girovaghi venditori delle arancie e de’ limoni hanno attestata la loro devozione alla invocata Signora con questo monumento, dove concorrono e festeggiano per averla propizia nelle loro corse.

Le principali solennità del comune sono per s. Georgio addì 23 aprile, e per s. Paolo addì 30 giugno con frequenza di ospiti da’ vicini paesi, corsa di cavalli e una piccola fiera. Da pochi anni in qua festeggiasi dagli agricoltori con molta pompa per s. Isidoro.

È bello il vedere le religiose processioni che si fanno per s. Giorgio e s. Isidoro. Precede un centinajo di buoi aggiogati, e molto meglio adornati che si usi quando si va alle feste rurali o si trasportano i mobili alla casa nuziale. Nella punta delle corna, spesso rivestite di varii fiori campestri, sono infitte grosse arancie, le redine sulle due orecchie hanno grossissimi fiocchi formati a lunghe e sottili striscie di stoffe di tutti i colori, la fronte adornasi di nastri, collane di lavori d’argento e di specchietti. Un garzone in veste festiva con la zazzera ben colta li governa. Sussegue la cavalleria del paese, accresciuta da cavalli degli ospiti, che amano comparire e mostrare la loro destrezza: tutti sono armati e procedono in schiera dietro il loro capo, che suol essere un principale proprietario del paese. I signori si sono veduti qualche volta precederli, e si assomigliavano agli altri nelle belle foggie nazionali. Vi apparve talvolta nelle medesime il marchese Boyl, e fece saggiamente quel signore per dissuadere molti di lasciare le vesti de’ maggiori, parendo a certi progressisti che vogliono riformate le cose buone, e abbandonati i patrii costumi e le maniere avite, che siano belle e civili le foggie francesi, che non pertanto mancano, ed essi se ne dovrebbero avvisare di una ragione plausibile nel taglio, mentre le maniere sarde, che da quei cotali sono dispregiate come barbariche, hanno una rispettabile ragione, e aggiungono beltà alle membra. Dopo la cavalleria procedono i confratelli, e dietro questi il clero col simulacro, e un immenso codazzo di popolo. Gli uomini della cavalleria danno dopo la processione lo spettacolo della corsa, perchè per molt’ora in varie compagnie gareggiano per arrivar primi alla meta.

Il cemiterio trovasi fuori del paese presso la chiesa di s. Paolo.

Antichità. Si possono notare tre norachi nel territorio milese, e sono nominati Canali, Còbulas e Nuraghe dessa tanca.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Milis
20 Gennaio: San Sebastiano, festa del Santo patrono - Riti religiosi e festeggiamenti civili con grande zeppolata accompagnata da un’ottima vernaccia.
19 Marzo: San Giuseppe e Sagra dei ceci
23 Aprile: San Giorgio – Riti Religiosi e festeggiamenti civili
Maggio: Ortus Apertus – Passeggiata attraverso i giardini di aranci e mandarini e pic-nic in campagna